Sull’approccio lessicale e vari

Vi sarà capitato di dover riassumere una storia, di voler raccontare un fatto, o un sogno, o un film. Nella vostra lingua madre non vi sarà apparso molto complicato e probabilmente avete portato a termine il compito con soddisfazione (più spesso vostra che di chi vi ascolta, visto che raccontare è un’arte e che per definizione un’arte è roba per pochi). Compiere la stessa operazione in una lingua straniera e ottenere risultati almeno sufficienti, non è altrettanto facile, nemmeno per chi ha un livello buono di conoscenza della lingua, nemmeno per chi ahimè ha la temerarietà di volerla insegnare, esibendo lauree e certificazioni, nemmeno per chi vanta esperienza e pratica.

Insomma, mettetevi l’anima in pace, la lingua non è solo grammatica e sintassi, la lingua è in gran parte lessico e se quello che dovete fare è raccontare in inglese del vostro vicino che ha subito l’amputazione del terzo inferiore della gamba sinistra, rimanendo incastrato alla falciatrice del suo mezzo cingolato in contrada Pina, sappiate che fate prima a prendervi una laurea in medicina e una in agraria che a raggiungere quel famigerato livello che vi permetta di riportare un fatto del genere con disinvoltura.

Forse questo vi sembra un esempio estremo, credete che io abbia esagerato un tantinino per corroborare la mia tesi, in realtà non è per niente la cosa più difficile che vi possa capitare. La difficoltà di dover riportare un fatto simile in un’altra lingua risiede soprattutto nella presenza di un discreto numero di termini specifici. Da questa difficoltà si può uscire dignitosamente passando da un lessico specifico ad uno più generale, usando definizioni, sinonimi o iperonimi (parole che hanno un significato più ampio e generale di altre) per esempio raccontando che ad un vostro vicino è stata tagliato un pezzo della gamba sinistra a causa di un incidente con un mezzo agricolo. Una soluzione del genere è possibile quando ci troviamo davanti a termini che designano entità concrete, ma cosa succede quando dobbiamo esprimere un concetto astratto, o rendere una situazione, o richiamare un’idea specifica?

Qualche tempo fa mi è stato chiesto di raccontare in inglese un film, si tratta di Ae fond kiss di Ken Loach (che en passant vi consiglio di vedere almeno per due buoni motivi: l’avvenenza degli attori protagonisti e la scena spiazzante del prete cattolico integralista scozzese, buon esempio di una certa ipocrisia della chiesa che vi ricorderà sicuramente qualcuno). La prima cosa che mi è venuta in mente è che si tratta della storia di un amore contrastato. Posso dire in inglese “contrasted love” con la stessa certezza di richiamare nella mente di chi mi ascolta lo stesso identico e condiviso e comune nella letteratura, nella vita di tanti, nei racconti dei nonni, lo stesso identico concetto, dicevo, e senza commettere una decina di banali errori di traduzione, fidandomi del fatto che amore in inglese si dice “love”, lo sappiamo dalle elementari, e che “contrasted” l’ho già sentito da qualche parte? Ovviamente (e dico anche sfortunatamente perché sarebbe così bello se il mondo funzionasse nella maniera più semplice e invece mai mai una volta che ci dia questa soddisfazione) NO! Facciamo un primo test, digito su google “amore contrastato” e poi successivamente “contrasted love”. Per “amore contrastato” ottengo 25.800 risultati, prova che si tratta di un espressione molto usata, di due parole a cui piace stare insieme in quella che gli anglosassoni chiamano collocation e che nelle grammatiche italiane si chiama parole solidali. Al contrario per “contrasted love” ne ottengo soltanto 888 (con il motore di ricerca impostato in lingua inglese) e tra l’altro molte delle occorrenze sono separate da un punto “contrasted. Love”, oppure si trovano nelle pagine tradotte in inglese di siti italiani, particolari questi che devono subito allarmare.

Ad un’analisi ancora più attenta scopro che spesso la parola “contrasted” è usato come Past Simple del verbo “contrast” e si trova in frasi del tipo “he contrasted love with…” con il significato di mettere a confronto, niente a che vedere con il nostro “contrastare” nell’accezione di impedire. Ecco uno dei motivi per cui dovete sempre diffidare della tanto amata ma anche tanto infida traduzione “parola per parola” (un altro è i risultati ridicoli che produce nei traduttori automatici): la polisemia ovvero il fatto che molte parole hanno più significati, e difficilmente se li passano da una lingua all’altra, ed è questo il caso del verbo italiano contrastare e del suo aggettivo derivato contrastato. A questo punto che cosa mi resta da fare?

La soluzione ideale sarebbe quella di avere a portata di mano un inglese madrelingua e di farci raccontare da lui il film, per sentire quali parole usa per esprimere il concetto. E ce ne serve uno che non solo parli inglese, ma che lo sappia parlare bene. Vi fidereste voi di mandare come portatore della lingua italiana all’estero uno come il tronista Federico Mastrostefano (celebri le sue guerre con il congiuntivo e contro Aldo Busi all”Isola dei famosi) o per citare concorrenti di programmi più colti Nando dell’attuale Grande fratello? Poveri apprendenti della lingua italiana, non credo trarrebbero grandi benefici da questi contatti. Siccome io questo parlante ideale, colto, cinefilo e disponibile a ogni mia richiesta (e a questo punto aggiungerei pure bello alto biondo sottile dinoccolato con gli occhi azzurri oppure con i capelli neri ma la carnagione chiara e le lentiggini come certi inglesi che mi è capitato di vedere in giro per Londra e dintorni) non lo conosco, né ce l’ho incorporato, anche se dovrei, cerco delle soluzioni più lunghe e arzigogolate ma sempre disponibili.

La prima è la più banale e tradizionale: uso il vocabolario. E in barba ai puristi della traduzione che affermano di non aprire mai un vocabolario bilingue (ma chi sono questi e dove sono stati educati se conoscono in diverse lingue tutti i nomi delle piante, dei pesci, degli insetti dell’Amazzonia nonché degli utensili da cucina di mia nonna e delle parti del motore a scoppio?) e cerco “contrastato”. Trovo “twarted” usato con “amore” o “progetto”. Torno su google e digito “thwarted love”: più di cento mila risultati dovrebbero rassicurarmi, ma a me non basta, perché io lo voglio vedere usato vicino al nostro film. Per fare questo digito “ae fond kiss” “thwarted love” ottenendo 27 risultati. Siccome voglio essere pignola (ma soprattutto perché sono solo 27) decido di controllare il contenuto di ogni pagina, perché niente mi assicura che il “thwarted love” sia riferito al film, e infatti alla fine dell’ispezione conto solo una pagina, un solo articolo in cui il caso si verifica. Posso ora dire con certezza quasi assoluta, che un parlante nativo non racconterebbe l’amore in questione utilizzando l’aggettivo “thwarted”, probabilmente troppo formale e letterario anche per un film di Ken Loach. Decido quindi di armarmi di altri strumenti e mi ispiro all’approccio lessicale.

Secondo questa scuola di pensiero, la lingua non è fatta di singole parole che si combinano tra di loro come unità separate e indipendenti, ma di unità più grandi “chunks” , pezzi di lingua formati da due o più parole, che si combinano tra di loro, per cui la frase che viene in mente a me come prima cosa per raccontare Ae Fond Kiss, e cioè “è la storia di un amore contrastato” non sarebbe composta da 7 parole distinte ma da due pezzi: uno di 4 parole “è la storia di”, con cui spesso noi italiani introduciamo un racconto, e uno di 3 “un amore contrastato”, espressione che per noi cataloga a meraviglia la situazione di tanti innamorati a partire dai classici Giulietta e Romeo per arrivare ai Tonia ed Augusto del nostro blog. A questo punto non mi chiedo più quali parole userebbe un parlante, ma mi chiedo: quali pezzi di lingua? E come faccio a identificarli? Gli studiosi di lingua che abbracciano l’approccio lessicale lavorano attraverso l’analisi di un corpus. Il corpus è una raccolta di testi. Questi testi possono essere selezionati a seconda delle esigenze di studio. Per esempio se io volessi studiare il registro linguistico delle ragazze di Berlusconi, dovrei innanzitutto raccogliere il numero più alto possibile di conversazioni delle suddette ragazze (credo che sia per questo nobile motivo che la procura di Milano ha intercettato così massicciamente le papi girls).

Io dovrei radunare almeno una ventina di parlanti inglesi, con una livello di istruzione medio alto, obbligarli a vedere il film, a raccontarmelo magari mettendolo per iscritto (sorvoliamo qui per comodità sul problema di lingua scritta e parlata e facciamo finta solo per questa volta che siano la stessa cosa) in modo da avere il mio bel corpus (non nel senso del bel corpus delle girls) e cominciare ad analizzarlo. Ma posso fare quasi di meglio! Grazie al sito americano http://www.rottentomatoes.com che raccoglie migliaia di recensioni cinematografiche, ho a disposizione del materiale di ottima qualità, anche troppo ottima visto che si tratta di articoli di critici professionisti, da poter manipolare a piacimento alla ricerca di quei famosi “chunks” di cui sopra. Il software AntConc è un programma che potete scaricare e usare liberamente per analizzare un corpus, nel caso vi venisse voglia di fare l’esperimento. No, vero?

So che cosa state pensando ora: ma davvero tutto questo casino per un riassunto??? Certo che la classica, vecchia soluzione dei nostri cari prof è più sbrigativa, vi avrei potuto dire pure io che per fare un bel riassunto in inglese, evitando interferenze linguistiche e goffi strafalcioni basta… PENSARE IN INGLESE! Ecco, grazie per la caz… ehm dritta, come avevo fatto a non pensarci prima e adesso mi scusi prof che devo continuare con l’analisi. Raccolgo da rottentomatoes una trentina di articoli per un totale di circa 8500 parole. Le ordino in base alla frequenza in modo da poter escludere tutti i “the” gli “and” e simili con un colpo d’occhio, e stilo una lista di parole chiave. Eccone alcune: 1. catholic 2. muslim 3. love 4. marriage 5. pakistani 6. relationship 7. lovers 8. culture 9. east 10. couple Analizzando la concordance (cioè con quali altre parole è utilizzata) della parola “love” scopriamo che Ae fond kiss è “an interracial love story”, o ancora “a cross-cultural love story”. Troviamo ancora che una delle domande alla quale il film vuole rispondere è “can true love prevail?”. Tutti ‘pezzi di lingua’ che possono risultarci molto utili nel nostro riassunto. E che peste colga tutti i detrattori del copia e incolla! Perché alla fine potremmo quasi dire che chi parla una lingua fa solo un raffinato lavoro di incollaggio. Ma torniamo all’espressione iniziale, a quell’amore contrastato da cui sono partita.

Mi rendo conto analizzando la lista di parole che Romeo e Giulietta sono citati spessissimo, e si tratta proprio di un esempio lampante di amore contrastato, la personificazione romanzata di un concetto, di un’idea, di un cliché se vogliamo, di cui mi servirebbe una bella definizione nella lingua di Shakespeare (ma come sono scontata anche io!). Per finirla con questo lungo discorso vi dirò che sono stata molto soddisfatta quando accanto alla parola chiave “lovers” ho trovato l’aggettivo “star-crossed”(destinato ad avere una cattiva sorte, aggettivo usato per la prima volta da Shakespeare in Romeo e Giulietta e che ritrovo accanto a Romeo e Giulietta anche negli articoli dedicati al film) decido che si tratta proprio dell’espressione che fa al caso mio e che quindi il mio riassunto può finalmente cominciare: Ae fond kiss is a modern star-crossed lovers story… Troppo complicato? No, normalmente complicato. Dedicato ancora una volta a tutti quelli che “ma l’inglese è facile!”

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Sulla presunta facilità dell’inglese

Prendo spunto da un commento di Max (non me ne voglia Max, mi ha solo fatto venire in mente la cosa, non c’entra con la requisitoria che seguirà) in cui viene lodata la bravura degli inglesi nell’evitare la coniugazione dei verbi, e che mi ha riportato alla mente il luogo comune contro cui sbatto da quando ho saputo dell’esistenza di questa lingua, ovvero: l’inglese è facile! Che somiglia un po’ a “il latino è quasi uguale all’italiano” e “lo spagnolo è uguale al sardo”, di cui forse mi occuperò in altri post.
Il problema dei luoghi comuni è che sono talmente forti, che se ne fregano persino dell’evidenza. Del fatto per esempio che la maggior parte delle persone sicure della facilità dell’inglese non ne capisce nemmeno una parola (magari da’ la colpa alla pronuncia), oppure del fatto che se in Italia eliminassero il doppiaggio dei film e dei telefilm americani, andrebbero in sciopero i telespettatori, che nemmeno vogliono leggere i sottotitoli, figuriamoci capire l’inglese! Nonostante la sua facilità… eh.
Insomma, io queste evidenze le ho sempre viste, tuttavia la forza del luogo comune è ancora capace di mettermi in crisi:
l’inglese è facile
l’inglese è facile
l’inglese è facile
l’ingle…
ALLORA SONO IO LA STUPIDA!

Figuratevi quando ho cominciato a insegnarlo alle elementari e i miei alunni si rifiutavano ostinatamente di impararlo facilmente… e sommate pure l’altro luogo comune che l’umanità intera continua a ripetere (tutti tranne gli insegnanti delle elementari) e cioé che i bambini imparano in fretta.

L’inglese è facile
I bambini imparano in fretta
L’inglese è facile
I bambini impar…

ALLORA SONO IO L’INCAPACE!

Bene, ad un certo punto della mia esistenza mi sono ribellata e sono arrivata alla conclusione logica di questi tragici avvenimenti:

L’inglese non è né facile, né difficile, l’inglese è quasi IMPOSSIBILE.

Voi pensate che io stia esagerando? Continuate nella difesa del tanto amato luogo comune? OK, allora traducetemi in simultanea Thelma and Louise. Vi disturba la pronuncia del sud ovest degli Stati Uniti? Vi passo il copione e poi ne riparliamo.

Ma allora perché tutti a sostenere che l’inglese è facile? Tutti scemi? No. Tutti principianti o poco più. Tutti folgorati dal verbo che non cambia a seconda delle persone, magari dopo l’esperienza traumatizzante del francese.

I live

you live

he lives

we live

you live

they live

Mììììììììììììììììììì, toghi questi inglesi, basta ricordarsi di una -s!

Per non parlare del past simple che non cambia nemmeno alla terza persona singolare! Una festa! Quindi, concludiamo che in inglese non c’è grammatica e smettiamo di studiarla perché appunto non esiste, continuando ad avere un livello pietoso, di cui però andiamo fieri, perché perlomeno sappiamo coniugare i verbi al presente.

Sono troppo cattiva? Vi faccio un’altra domanda, allora: se è vero che in inglese non c’è grammatica, o che la sua quantità in confronto alle lingue neolatine è esigua, come mai in tutte le biblioteche delle facoltà di lingue del mondo esistono grammatiche d’inglese grandi quanto una Treccani? Saranno forse scritte in caratteri cubitali? Ripeteranno tremila volte la regola della -s alla terza persona singolare del simple present? Io le ho sfogliate e vi assicuro che non è così.

Il motivo di questo fraintendimento mondiale risiede sempre nella famosa coniugazione verbale, e nel considerare unico elemento di difficoltà di una lingua la sua morfologia (che è una parte della grammatica e non tutta la grammatica), o meglio una parte di essa, quella che ha a che fare con la flessione, l’esistenza di desinenze che cambiano la forma delle parole. In sintesi, ciò che renderebbe la lingua inglese facile è la generale fissità delle parole, la scarsità di desinenze. Ma può bastare questo per definire una lingua “facile”? Dove la mettiamo la fonologia (quella famosa pronuncia che disturba i geni dell’inglese), o la sintassi? E che cosa dire del lessico???

Come è mai possibile che la scarsità di flessione possa, nell’immaginazione collettiva, rendere semplice una lingua che ha uno dei vocabolari più vasti al mondo ed in continua espansione? E non crediate che basti studiarsi un po’ di lessico… Le parole non sono unità isolate, si accoppiano, si combinano, si fissano in posizioni specifiche, appaiono, scompaiono, vivono periodi di gloria, diventato obsolete, si arricchiscono di connotazioni lungo i secoli, diventano titoli di trasmissioni televisive, di film, partecipano alla stesura di migliaia di opere letterarie, di canzoni, di proverbi, si espandono e si contraggono, e se voi non le incontrate mentre esse vivono, avrete un vocabolario agonizzante, praticamente morto.

Ma se ancora non siete convinti, cimentatevi con la sintassi della frase inglese, vi lascio solo un esempio:

No one knows the woman I love.
No one knows I love the woman.
No one I love Knows the woman.
The woman I love knows no one.
The woman knows I love no one.
The woman knows no one I love.
I love the woman no one knows.
I love no one the woman knows.
(Alan Maley)

Sette parole soltanto, combinate in modi diversi, per otto frasi di senso compiuto. Quindi, attenti a dove mettete le parole, se non volete dire qualcosa di molto diverso!