Il condizionale in inglese, First Conditional.

Il condizionale del primo tipo, first conditional, in inglese è quello che usiamo quando si vuole suggerire che la situazione è reale e possibile.

Vi faccio un triste esempio:

If you really want to learn English, you need to spend some time in England. (o in un qualsiasi altro paese dove si parla inglese)

Dicevo “triste esempio” perché si tratta di una verità (quasi) assoluta, non voglio aprire qui una questione sull’apprendimento delle lingue straniere lontano dalla loro madrepatria, ma semplicemente dire che esiste una tale questione. Perché come le persone soffrono lontano dal loro paese d’origine, lo stesso succede alle lingue. Tuttavia, essendo l’inglese internazionale, ovvero persona di mondo usa ai più diversi costumi, soffre un pochino meno delle altre.

Tornando all’argomento del post, immagino che abbiate imparato lo schemino:

first conditional = if + present tense / will nella frase principale,

che è vero ma assolutamente non esaustivo. Già nell’esempio non abbiamo un futuro ma “need to”. Infatti, lo schema principale accoglie diverse possibilità di variazione, che riassumo qui sotto:

if + present + may/might

if the fog gets thicker the plane may/might be diverted.

if + present + can

If it stops raining we can go out.

If + present + must/should

if you want to lose weight you must/should eat less.

C’è inoltre la possibilità che la frase principale sia al presente, il cosidetto da alcuni e in alcune grammatiche 0 (zero) conditional.  Questo tipo di frase si usa per esprimere risultati automatici, abituali, dati di fatto, cose che sono così e basta, del tipo “se mi lasci non vale”.

if+ present + un altro present tense

if water is frozen it expands.

 

 

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Esprimere Il futuro in inglese, dalla A alla Y

Questo articolo non vuole sicuramente essere esaustivo, il titolo potrebbe sembrare perlomeno ambizioso, tuttavia si tratta di un post dedicato agli studenti con un livello abbastanza alto, B2/C1, o high intermediate/advanced che dir si voglia. Non che sei sei agli inizi, tu non lo possa leggere, ma sfido chiunque non abbia già combattuto aspre battaglie con ognuna di queste forme verbali, da sole o a coppie e persino triplette, a trovarlo anche solo minimamente interessante, per non dire utile, perché sarebbe come dare un manuale per pilotare un aereo ad un cacciatore di aquiloni.

Ma se appartenete alla categoria di quelli che “linglese è facile!” allora benvenuti, anche se siete ancora alla regola della -s della terza persona singolare del Simple Present.

PREREQUISITI: conoscere le seguenti forme (o almeno la maggior parte) verbali e il loro uso principale:

  • simple present
  • will + infinito usato per le intenzioni
  • present continuous
  • be going to
  • future simple will/shall + infinito
  • future continuous
  • future perfect
  • future perfect continuous
  1. Il simple present usato come futuro

Questo lo facciamo anche in italiano, diciamo: parto stanotte; lo stesso fanno gli inglesi (o quelli che parlano inglese che poi mi si offendono gli irlandesi e affini) : I leave tonight. Tuttavia in inglese si aggiunge una sfumatura di significato, che può mettere in crisi chi sta imparando la lingua, e che va tenuta sempre presente quando parliamo di futuro in inglese, ed è l’intenzionalità.

In italiano “parto stanotte” significa semplicemente che parto stanotte ( e questo sarebbe già un punto in favore della facilità dell’italiano, ma non vorrei continuare con questa sterile polemica!) in inglese I leave tonight potrebbe significare che parto, ma non sono io che l’ho deciso, ovvero non c’è intenzionalità nel  futuro espresso con il simple present. Mentre esiste in quello espresso con il present continuous.

Per cui dobbiamo ricordare che esiste questa differenza

– futuro con present simple: I leave tonight (probabilmente non l’ho deciso io, o cmq non intendo dare informazioni sull’intenzionalità dell’azione)

– futuro con present continuous: I am leaving tonight (probabilmente l’ho deciso io, ed è quindi mia intenzione, e fa parte dei miei piani)

Vi faccio notare per onestà intellettuale quel “probabilmente”. In questo modo non sto cercando di sfuggire alla responsabilità di quello che affermo (qui lo dico e qui lo nego), voglio soltanto precisare come spesso le regole grammaticali, così tanto gradite ai prof, si trovino nel regno del probabilmente più che in quello dell’assolutamente, soprattutto dopo che avete superato il livello del principiante, dove vi hanno fatto credere più per pietà che per altro, che la grammatica fosse tutto o bianco o nero, diventando apprendenti adulti non bisogna temere di scoprire le sue 50 MILA sfumature di grigio.

2. will + infinito usato per esprimere intenzionalità nel momento in cui si prende una decisione, ovvero per azioni decise sul momento e senza premeditazione.

The phone is ringing. I’ll answer it. Sento il telefono suonare e decido in quel momento di rispondere.

Va quindi notato che se la decisione presa viene menzionata di nuovo, il parlante non userà più will, ma going to, perché il will se lo è già giocato la prima volta (la decisione è presa, ora si comunica semplicemente un’intenzione).

Ricordate che questo futuro è molto usato quando si offre aiuto, per esempio potrete stupire il vostro professore di inglese carico di libri offrendovi di aprirgli la porta così: I’ll open the door for you! Il quale potrebbe non essere poi tanto stupito, quanto oltraggiato e correggervi con il più formale: let me open the door for you, SIR. Ma, si sa, i prof sono gli esseri umani più frustrati della terra, lasciamo che si sfoghino pure con questi innocui giochetti.

3. Il present continuous con valore di futuro

I’m taking an exam in October, significa che mi sono già iscritto. E qua si potrebbe quantomeno assegnare un punto alla comodità di tale lingua. Perché se te lo dice uno in italiano, se vuoi sapere se si è già iscritto, glielo devi chiedere, in inglese è già tutto detto nel verbo! Miracoli degli anglosassoni. Inglese – italiano 1 a 0. Peccato che fossimo 3000 a 1 per l’italiano, quindi si tratta proprio di bazzecole…

Concludo il punto 3 esprimendo meglio in concetto: usiamo il present continuous con valore di futuro solo, e sottolineo solo, quando parliamo di piani già ben definiti e organizzati (con orari, date, luoghi, persone già stabiliti).

A MENO CHE…

vi eravate illusi? Un pochino anche io, lo devo ammettere, ma come al solito anche la regola apparentemente più solida comporta delle eccezioni, vi dice qualcosa il poliamore?

a meno che, dicevamo, non si tratti di azioni espresse da verbi di movimento, come arrive, come, go, leave, da verbi che indicano lo stare in posizione come stay e remain, e do e have con cibi e bevande. In questo caso, siete liberi di usare il present continuous anche se non ci sono piani già definiti, orari, date, luoghi ed etc. per esempio potete dire:

I’am going to the seaside next Saturday, anche se è pieno inverno, abitate a in Siberia e vi hanno appena bruciato la slitta e arrostito le renne.

4. be going to

questa forma è usata per esprimere INTENZIONE e fare PREVISIONI

Cominciamo con be going to usato per esprimere un intenzione.

Be going to esprime l’intenzione del soggetto di compiere un’azione in un futuro non lontano.Questa intenzione è sempre premeditata, e sono anche stati compiuti dei gesti per prepararla.

Nella frase I’m going to buy a bicycle è già implicitamente contenuta la risposta affermativa alla domanda: ma ce li hai i soldi? Che di solito sorge spontanea in italiano dopo siffatte, azzardate affermazioni. Ma ATTENZIONE, non quella che ho già preso appuntamento con il venditore, che mi sono già liberato dagli impegni per essere al negozio all’orario di apertura, che ho appena vinto l’asta online su ebay.

Confrontando il present continuous con valore di futuro e be going to per esprimere intenzione va sottolineata questa differenza:

il present continuous implica che l’azione avverà con quasi assoluta certezza, perché è stato tutto accuratamente pianificato, be going to NO.

quindi la frase

I’m meeting Tom at the station at six, è anche una risposta affermativa alla domanda: e lui lo sa?

mentre

I am going to meet Tom at the station at six, potrebbe voler dire che Tom ne sarà (piacevolmente?) sorpreso.

Altre cosette che potreste scoprire stando attenti alla forma di futuro usata è che se dopo esservi lamentati che non è finito il latte, il vostro Tom di turno vi dice I’m going to get some today, significa che se ne era già accorto e che probabilmente lo ha finito lui senza preoccuparsi della vostra colazione. Per salvare voi stessi nella medesima situazione, ricordatevi di dire I’ll get some today, che è praticamente la versione grammaticale della nota intonazione, ma davvero? Cado dalle nuvole…

Be going to, quando è usato per fare delle previsioni, suggerisce che l’evento previsto è imminente e quasi certo. Come la pioggia quando il cielo minaccia tempesta:

Look at those clouds! It’s going to rain. (lo so, lo so, è il classico esempio ma perlomeno non ci sono rischi di infrangere il copyright di nessuno)

Una previsione si può esprimere anche con will, con la differenza che con will non c’è nessuna indicazione temporale e soprattutto non ci sono segni sicuri di quello che avverrà, bensì soltanto la convinzione di chi parla.

I think that cars will fly in the future. Insomma è praticamente la forma di futuro più adatta per dire tutte le fesserie che ti pare.

Infine una nota di tristezza, se siete malati e qualcuno vi dice con aria compassionevole “don’t worry, you will be better”, datemi retta, siete spacciati!

5. future simple

Che poi non esiste un vero tempo futuro in inglese come lo intendiamo noi, cioè una forma verbale a sé stante,  viene cmq chiamato future simple il futuro con will + infinito.

L’uso più comune del future simple è quello di esprimere l’opinione di chi parla (vedi anche l’esempio sopra sulle macchine che volano). Quindi spesso è introdotto da verbi quali assume, believe, hope, know, suppose, think.

I suppose they will sell the house.

Questo tipo di futuro è usato anche per dire che qualcosa succederà, come d’abitudine.

Spring will come again.

Inoltre è molto comune nelle notizie quando si tratta di annunci o di previsioni del tempo.

The president will visit London tomorrow morning

The fog will persist in all areas.

6. future continuous

Nei manuali di inglese troverete spesso questo tempo verbale con esempi simili:

This time tomorrow I will be playing tennis with Joe.

Si tratta quindi di un’azione continua collocata in un tempo futuro.

Il future continuous può essere anche usato per esprimere un futuro SENZA intenzionalità ovvero se dicessi:

I am seeing Tom tomorrow. Sto dicendo che il vedere Tom domani è frutto di una decisione, di un piano (mio o di Tom).

MENTRE

I will be seeing Tom tomorrow, significa semplicemente che lo vedrò e basta.

7. future perfect

Se state sbuffando per l’ennesimo punto di questo post, forse non avete visto che ce n’è pure un altro. Questo per dire che vi capisco e allo stesso tempo che vi manca poco e poi potrete dire anche voi di conoscere il futuro inglese dalla A alla Y, che sono sempre delle soddisfazioni.

Per farla semplice dirò che questo futuro si trova quasi sempre in frasi che cominciano con by: by then, by that time, by the 24th.

es: By the end of next month he will have been here for ten years.

A parte che è lungo e spezzettato (ma in italiano non ci troveremmo meglio se dovessimo dire la stessa cosa) impone anche una certa capacità di ragionamento da tenere attivo per l’inter frase, in senso grammaticale. Cioè si tratta di immaginare che in un certo momento del futuro, ci sarà un avvenimento che è anch’esso situato in un tempo futuro, ma precedente al primo futuro menzionato… Insomma è come il nostro futuro anteriore, se poi non avete mai capito neppure quello, allora usate un tempo futuro alla volta, specificate quale viene prima e quale dopo e il gioco è fatto.

8. future perfect continuous

è un po’  come il future perfect, e si può usare al suo posto quando l’azione è continua e si vuole mettere l’enfasi proprio sul fatto che è continua.

By the end of the month he will have been working here for ten years.

Un po’ come dire da BEN dieci anni. L’intonazione da usare, la lascio alla vostra libera interpretazione.

Ecco fatto!

 

Corsi di inglese online cosa sono e come funzionano

I corsi di inglese online con skype sono semplici da seguire perché tutti i materiali usati sono comodamente raggiungibili con un click.

L’insegnante organizza i materiali, li riordina e li presenta durante la lezione.

Avrete l’opportunità di parlare, di ascoltare, di scrivere e di svolgere esercizi di vario tipo, interagendo con l’insegnante e con gli altri studenti della classe.

Come esempio la prima lezione principianti

1. Hello everybody!
Obiettivi:
salutare in maniera formale e informale
1. salutare e chiedere come stai http://www.helping-you-learn-english.com (ascoltare, ripetere, parlare)

  • hi
  • hello
  • good morning
  • good afternoon
  • good evening
  • how are you
  • I’m fine/tired/hungry/cold
  • How is it going? It’s going great/ok/good
  • bye
  • see you later
  • goodbye
  • see you soon

2. incontrarsi e salutare http://www.tolearnenglish.com
(saluti formali e informali + un esercizio di completamento)

  • good morning
  • good afternoon
  • nice to meet you
  • how are you? Fine tanks, how about you?
  • Have a nice day/evening/weekend.
  • Hi, how are you doing?
  • I’m good/ok…how about you?’
  • Take care/take it easy.

3. video lezione di EnglishMeeting su youtube (particolare attenzione è data all’intonazione)

  • hi/hello/hey/yo
  • How are you?
  • How is it going?
  • How’ve you been?
  • What’s new?
  • What’s up?
  • What’s going on?
  • Good morning
  • Good afternoon
  • Good evening

Dialogue 1 (esempio di dialogo da recitare in coppia, gli studenti sono invitati a produrne di nuovi sullo stesso schema)
– Hi … good morning!
– Good morning …. How are you?
– I’m fine, thank you. How about you?
– I’m ok. Have a nice day!
– You too. Goodbye!
– Bye!
4. tabella riassuntiva su salutare e rispondere in maniera formale e informale
5. una canzone  http://www.englishexercises.org (Beatles – Hello, Goodbye + 2 esercizi)
You say “Yes”, I say “No”.
You say “Stop” and I say “Go, go, go”.
Oh no.
You say “Goodbye” and I say “Hello, hello, hello”.
I don’t know why you say “Goodbye”, I say “Hello, hello, hello”.
I don’t know why you say goodbye, I say hello.
I say “High”, you say “Low”.
You say “Why?” And I say “I don’t know”.
Oh no.
You say “Goodbye” and I say “Hello, hello, hello”.
I don’t know why you say “Goodbye”, I say “Hello, hello, hello”.
(Hello, goodbye, hello, goodbye. Hello, goodbye.)
I don’t know why you say “Goodbye”, I say “Hello”.
(Hello, goodbye, hello, goodbye. Hello, goodbye. Hello, goodbye.)
Why, why, why, why, why, why, do you
Say “Goodbye, goodbye, bye, bye”.
Oh no.

 

Corsi di inglese con skype

CORSI DI INGLESE british flag ONLINE CON SKYPE my picture

I corsi di inglese online ti permettono di imparare l’inglese o di migliorarlo comodamente da casa tua.

Tutto ciò di cui hai bisogno è un
– una connessione internet
– set cuffia microfono (non necessario se si ha un portatile)
Skype, programma gratuito scaricabile da qui

I livelli
i corsi sono di due livelli

principianti (20 lezioni da 45 min)

  • salutare e presentarsi;
  • le professioni;
  • il tempo libero;
  • dire ciò che ci piace;
  • dire che cosa si sa fare e non si sa fare;
  • raccontare avvenimenti al passato;
  • parlare del futuro;

intermedio (20 lezioni da 45 min)

  • presentarsi;
  • parlare di sé, gusti, interessi, professione etc;
  • raccontare la propria giornata;
  • raccontare avvenimenti passati;
  • parlare del futuro, fare previsioni;
  • fare ipotesi.

I costi
Un corso di 20 lezioni costa 100€

Le classi
le classi prevedono un numero minimo di 3 studenti e un numero massimo di 5, per garantire una partecipazione soddisfacente a tutti.

I materiali
sono forniti gratuitamente dall’insegnante e sono in parte risorse online.

Il calendario dei corsi
corso principianti:
– dal lunedì al venerdì dalle ore 20 alle 20 e 45 da lunedì 23 luglio fino ad esaurimento delle lezioni
corso intermedio
– dal lunedì al venerdì dalle ore 21 alle ore 21 e 45 da lunedì 23 luglio fino ad esaurimento delle lezioni

giorni e orari SONO modificabili a seconda delle esigenze, se sarà possibile formare gruppi di almeno 3 persone

rispondendo a questa email specifica quali giorni della settimana e quale orario preferisci (anche diverso da quello specificato nel calendario dei corsi)

per maggiori informazioni, programmi più dettagliati, chiarimenti etc non esitare a CONTATTARMI

La tragedia della Costa Concordia e i disturbi di personalità

Leggendo l’incredibile cronaca del disastro della Costa Concordia non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma che persona è questo Capitano Schettino? Uno che mentre la nave di cui è responsabile assieme alla vita di 4200 persone sta affondando riesce ad affermare che è tutto ok? Che tipo di persona è un capitano che abbandona i suoi passeggeri e si mette in salvo in tutta fretta, e poi dichiara con grande facci tosta “ho salvato la vita di migliaia di persone?”
Poi ho visto questa foto:

Francesco Schettino al comando della Concordia

e ho creduto di capire molte cose.
Guardatelo, lui davanti a tutti, in posa con il ricciolino ordinato (sono sicura che passa non poco tempo davanti allo specchio a sistemarsi i boccoli) non mi sorprenderi se fosse convinto di essere bello e pure alto, contro ogni evidenza.
Francesco Schettino è probabilmente un narciso, anzi di più è un narcisista, affetto da quel disturbo narcisistico della personalità, cito da wikipedia ” il cui sintomo principale è un deficit nella capacità di provare empatia verso altri individui. Questa patologia è caratterizzata da una particolare percezione di sé del soggetto definita ‘Sé grandioso’. Comporta un sentimento esagerato della propria importanza e idealizzazione del proprio sé […] La persona manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è di solito consapevole.”

Esistono poi diversi tipi di narcisismo. Dopo questa intuizione ho fatto una ricerca su internet per vedere se a qualcun’altro era venuta in mente la stessa cosa e ho trovato questo articolo.

Il controverso criminologo Francesco Bruno definisce Francesco Schettino “Un narcisista, esibizionista, con un disturbo della personalita’ che lo induce a sopravvalutare le sue capacita’ e a non rendersi conto delle sue responsabilita’.”
Se avete avuto mai la fortuna di avere a che fare con questo tipo di persone, tutta la serie di azioni insensate compiute dal capitano, vi sembreranno tristemente ovvie.
Immaginate se l’impatto con lo scoglio fosse avvenuto proprio mentre il nostro era in posa plastica con tanto di binocolo in mano, come immaginate il seguito? Riuscite a vedere un uomo che riesce a rompere l’incanto della celebrazione di sé, per ammettere di aver fatto un clamoroso errore e mettere in atto tutte le misure necessarie per salvare gli altri?
O come me vedete un uomo che si spolvera la giacca, si risistema i riccioli ed esclama grande tranquillità che “è tutto OK”???
Nelle mie ricerche mi sono anche imbattuta in un forum dedicato al disturbo narcisistico di personalità. Il post si intitola “Schettino, uno di loro!”e cita la dichiarazione del comandante in cui afferma di aver salvato migliaia di vita, quando qualunque altra persona normale SAPREBBE di aver causato la MORTE di molte persone.
Queste persone vivono nella negazione, la realtà non ha importanza, i fatti sono manipolabili, tutto è ammesso purché si salvi l’immagine di sé.
Al momento dell’impatto Schettino ha negato principalmente a sé stesso la gravità della situazione, perché ammetterla avrebbe significato ammettere che LUI aveva commesso un grosso errore, e che l’immagine perfetta che aveva di sé e che pensava di trasmettere agli altri sarebbe irrimediabilmente crollata. Quindi, ha come dilatato il tempo, ha deciso consciamente che fino a quando fosse riuscito a minimizzare la gravità della situazione, la sua immagine sarebbe rimasta intatta. E sono sicura che se non ci fossero state persone SANE vicino a lui, pur di non ammettere che la nave stava affondando l’avrebbe lasciata affondare con tutti i passeggeri dentro e lui sarebbe scappato chissà dove e si sarebbe difeso chissà come, inventando scuse assurde e probabilmente trovandosi comunque delle giustificazioni e persino dei meriti, il famoso “ho salvato migliaia di persone”.

E a questo punto mi sorge spontanea una domanda: nessuno controlla la salute mentale queste persone, che hanno nelle loro mani la vita di tante gente? Ma un controllo serio! Perché Schettino probabilmente è una persona brillante, capace, magari un bravissimo comandante in momenti normali della navigazione, ma se ha agito come ha agito è chiaro per tutti che la sua personalità non è NORMALE, e non è comunque adatta a reggere una tale responsabilità. Come si possono mettere migliaia di passeggeri nelle mani di chi vede solo sé stesso?

Vorrei spostare questo ragionamento anche sulla scuola. Sappiamo benissimo che non esiste nessun tipo di controllo sulla salute mentale degli insegnanti di ogni ordine e grado. Lo stato crede di dover unicamente testare le capacità e le conoscenze di persone che poi avranno la responsabilità di formare migliaia di bambini e di ragazzi.
Risultato?
Di insegnati pazzi ne abbiamo avuto tutti almeno uno. Io ricordo con particolare “affetto” una professoressa pazza, probabilmente affetta dal disturbo sadico di personalità, anche detto sadismo.
La sua routine quotidiana consisteva nel controllare, soggiogare, umiliare, sminuire, terrorizzare tutti i suoi studenti, con una calma e una freddezza assolute. Conosceva tutte le tecniche psicologiche e comportamentali per fare di noi le sue marionette (e non parlo di bambini ma di adulti già laureati) e spesso riusciva anche a metterci gli uni contro gli altri, come animaletti spaventati che per salvarsi schiacciano i vicini.
Abbiamo provato a lamentarci con i suoi superiori (in forma riservatissima per la paura di ritorsioni) ma la risposta è stata per tutti la stessa “è una professionista bravissima, la sua azione formativa è sempre stata un successo, lavorare sodo non ha mai fatto male a nessuno!”.
Ma qui non si tratta di lavorare! Qui si tratta di difendersi da maltrattamenti psicologici svilenti, qui si tratta di aver offerto in un piatto d’argento cibo umano ad una malata di cannibalismo.
Esagero?
Io non credo.
Di insengnanti rimossi per il loro comportamento vergognoso si parla soltanto quando si arriva a casi limite (e soprattutto sessuali, che attirano immediatamente l’attenzione dell’opinione pubblica) ma di tutti quei comportamenti sommersi, attuati da persone DISTURBATE, messe in posizioni di comando e di responsabilità per le quali non sono adatte non si parla quasi mai. E anche quando emergono sono molto difficili da provare, avvengono in luoghi chiusi, le vittime sono spesso bambini e ragazzi la cui credibilità viene messa in discussione, il carnefice gode di un certo rispetto e reputazione.
Meno male che le classi sono navi che affondano solo metaforicamente, perché altrimenti di capitani Schettino ne conosceremmo molti di più.

L’inglese: una lingua di nessuno e di nessun luogo.

So che il titolo di questo post potrebbe sembrare provocatorio, o anche ironico, ma non lo è.
Questo titolo vuole rispondere ad una domanda che mi faccio spesso, come insegnante di inglese: hanno senso le lezioni di cultura e civiltà, quando si insegna l’inglese?
Leggo spesso nei libri di didattica che non si può separare la lingua dalla cultura del paese che la parla, che la lingua veicola cultura sempre e comunque e che quindi non c’è scampo alle lezioni di cultura e civiltà in un corso di lingua che si voglia dire tale.
Posso dire un’eresia? A me delle lezioni di cultura e civiltà non mi è mai interessato una pippa. Vuoi studiare francese? Beccati l’elenco delle regioni della Francia, compresa di dipartimenti e territori d’oltremare con relative capitali, numero di abitanti e produzioni locali.
Mi scusi prof ma il tempo che ci metto a memorizzare la capitale dell’Alvernia più le altre 27, non lo potrei utilizzare facendo qualcosa di non dico più utile, perché sarebbe offendere le sue ponderatissime scelte, ma almeno di più PIACEVOLE? Devo aspettare alla prossima settimana con Gargantua e Pantagruel in francese del ’500? Non vedo l’ora…
Ricordo con affetto (eh!) la mia prof di francese della SSIS, la quale, pensando di aprire un dibattito critico, e di mostrarsi aperta all’idea di un cambiamento delle pratiche didattiche nei licei italiani ci chiese:
voi futuri professori di francese insegnerete quale letteratura e in che modo?
Io risposi: nessuna letteratura.

Ma se non insegni la letteratura, che cosa insegni??? Si scandalizzo lei, nel suo perfetto francese di parlante nativa stracccolta, che faceva impallidire il mio balbettio di parlante non nativa, obbligata a imparare il francese per commentare Gargantua e Pantagruel nella versione originale.

La lingua, dissi io, tenendo brevi le mie risposte per evitare di accumulare errori, perlomeno di sintassi.

Bof, sbuffò lei come fanno i francesi quando sono irritati e altre tremila cose (insomma non so se lo avete notato ma i francesi sbuffano sempre e inspirano talmente forte che al mio primo soggiorno in Francia, mi spaventavo in continuazione, temendo che fosse successo qualcosa di grave fuori dalla mia visuale) sentiamo cosa ne pensano i tuoi colleghi futuri professori di francese: vero che nessuno di voi è d’accordo con la quantomeno bizzarra affermazione della vostra collega?
I miei esimi colleghi, sgranarono gli occhi e sbuffarono pure loro, fingendo di aver assimilato la cultura francese fino in fondo ai polmoni, e si esibirono in risposte ancora più brevi delle mie, mais non, absolument pas, mais la littérature est la littérature… seguendo pedissequamente pure loro la regola del meno parli, meno sbagli, regola principale di tutti quelli che hanno studiato le lingue straniere nelle università italiane.

Ora lo so che voi state pensando che io sia una poveraccia ignorante che non ha capito il senso profondo dello studio di una lingua, che è quello di acquisire uno strumento di accesso ad un’altra Weltanschaung… eja, lo sono. Ma se mai si dovesse verificare un vostro improbabile soggiorno in Sardegna per imparare il sardo, ci penserò io a allietarvi con i soprannomi degli antenati dei miei vicini, e con tutte le varianti per dire cestinetto.
Ma passi il francese, che è pur sempre la lingua di un popolo preciso (a parte tutte quelle aggiuntine che si sono guadagnati qua e là nei secoli e non con la campagna punti) su quale cultura e civiltà, nonché inciviltà, mi devo basare quando il mio destino è quello di insegnare l’inglese?
Il Big Ben, Trafalgar Square, Buckingham Palace… lo confesso, anche io ho peccato!
Ho fatto una lezione su Londra e poi per riequilibrare una su Miami, ma poi ho dovuto menzionare l’Australia e come lasciare fuori il Canada, e forse che l’Irlanda è meno importante? Passo il tempo a ripercorrere i continenti e intanto mi chiedo? Ma l’inglese la lingua di chi è? Quale cultura veicola? E quale accento dovrei privilegiare? E quale variante scegliere? E se anche ne scegliessi una, in quale modo potrei non dico far raggiungere ma nemmeno far avvicinare i miei alunni allo standard prescelto?
La risposta a queste domande sta appunto nel titolo del post: l’inglese è la lingua di nessuno e di nessun luogo, ovvero l’inglese è una lingua internazionale.
Essere una lingua internazionale sarà pure prestigioso, ma si paga, principalmente in due modi:
– la lingua si deculturalizza, cioè lo studio dell’inglese non è più legato allo studio della cultura britannica, americana, etc, ma diventa più semplicemente uno strumento di comunicazione internazionale.
– il cambiamento, quante più persone parlano una lingua e tanto più lontane sono dal paese in cui è nata questa lingua, tanto maggiore sarà la variabilità linguistica della sua pronuncia, del suo lessico, della sua grammatica, spostando di molto i limiti della correttezza.
Pensate che addirittura si parla di una nuova variante dell’inglese che sarebbe l’Euro-English, la variante dell’inglese parlato e compreso dagli europei, ovviamente non parlanti nativi. L’Euro-English è nato in un contesto in cui lo scopo principale della lingua è capirsi, veicolando la propria cultura non quella dei paesi che parlano inglese. Per favorire questo scopo ha inglobato in sé strutture e termini delle altre lingue europee (ad es. Shengen flights), ha semplificato la grammatica e sta producendo delle pronunce alternative che potrebbero un giorno affermarsi come allofoniche dei fonemi originali (vedi il -th sordo e sonoro pronunciato t o d da molti italiani e s/z da molti francesi e tedeschi).
È palese che a questo punto anche la didattica va ripensata in direzione dell’internazionalità della lingua inglese, ed è lecito che gli insegnanti si pongano la domanda: perché i miei alunni stanno imparando l’inglese? Per bere il tè delle cinque con la regina Elisabetta o per qualcos’altro?
Per me capire e farsi capire nella più ampia varietà di contesti resta il fine ultimo dell’insegnamento di ogni lingua, ancora di più dell’inglese lingua internazionale e quindi mi perdonerete se le contee scozzesi io quest’anno le salto!